Il Fondo per lo Sviluppo Agricolo che, in questo mondo di formule e di sigle, chiamiamo IFAD, compie 20 anni.

Auguri a Lei, Signor Presidente Fawzi Al Sultan, che saluto con particolare ammirazione e amicizia; auguri ai Signori Governatori, che rappresentano i vari Stati del mondo, mentre rivolgo un saluto a tutta l’Assemblea, qui convenuta.

Quest’anno, ricorre il cinquantesimo anniversario della Dichiarazione delle Nazioni Unite sui Diritti dell’Uomo.

Queste celebrazioni ci invitano a riflettere sul compito dell’intero sistema delle Nazioni Unite e, soprattutto, delle quattro Organizzazioni agro-alimentari romane, perché possano intensificare il loro impegno per sradicare il flagello della fame e della malnutrizione nel mondo, con l’obiettivo di raggiungere la sicurezza alimentare per l’intera popolazione del pianeta.

Le Organizzazioni che operano, pure con competenze specifiche, nello stesso grande settore e per un unico scopo di servire l’umanità, i popoli sofferenti della stessa terribile sofferenza... E’ indispensabile che proprio siano articolate in quattro entità?

E’ indispensabile?

Abbiamo lo scrupolo che ogni aumento, ogni moltiplicazione organizzativa possa assorbire, come di fatto assorbe, risorse allo scopo primario? Abbiamo questo scrupolo?

Ci accorgiamo che le Organizzazioni internazionali, nei decenni, si sono eccessivamente irrobustite, anche a danno dell’efficienza?

Sono osservazioni che qualcuno può ritenere inopportune, ma è un richiamo che io sento e che prende ragione da constatazioni degne di considerazione.

E’ inaccettabile, perché lesivo della dignità umana, che ancora oggi, più di 800 milioni di persone continuino a soffrire della fame e della malnutrizione.

La Comunità internazionale ha un preciso dovere, morale e politico, di elevare le condizioni di milioni di persone al di sopra della soglia di povertà.

Ho detto: Comunità internazionale. Queste sono formule, sono espressioni che mi preoccupano, perché sono espressioni dove siamo tutti attori e responsabili, ma siamo anche tutti, contemporaneamente, spettatori e non responsabili. La Comunità!

No, no! Noi abbiamo il preciso dovere morale e politico verso chi vive nell’ingiustizia.

Noi, io: sì, io. Io ho il dovere morale e politico; ma questo io, onestamente, penso che debba ripeterlo ciascuno di noi. La responsabilità è personale!

Con la creazione di un’Istituzione Finanziaria delle Nazioni Unite avente la vocazione di assistere i poveri nelle campagne ed i piccoli agricoltori dei Paesi meno sviluppati, la Conferenza Mondiale dell’Alimentazione, convocata a Roma nel 1974, riconosceva la necessità di elevare le condizioni di vita delle popolazioni rurali dei Paesi in via di sviluppo, anche mediante lo strumento finanziario.

Veniva, del pari, riconosciuta l’opportunità di assistere, anche direttamente, i Governi dei Paesi meno favoriti che, a causa del loro forte indebitamento esterno, non erano in grado di destinare risorse finanziarie sufficienti allo sviluppo agricolo.

Alle soglie del terzo millennio, è più che mai necessario rinnovare l’impegno della Comunità internazionale, è necessario rinnovare il nostro personale impegno - già solennemente riaffermato in occasione del Vertice Mondiale dell’Alimentazione, svoltosi presso la F.A.O. nel novembre 1996 - di ridurre della metà, entro il 2015, il numero delle persone colpite dalla fame e dalla malnutrizione: 2015!

Il raggiungimento di questo obiettivo può avvenire soltanto con un’azione coerente, responsabile di tutte le Istituzioni delle Nazioni Unite e di tutti i Governi, volta a promuovere l’aumento della produzione agricola nei Paesi in via di sviluppo, a facilitare l’accesso di tutti alla base alimentare vitale, agli strumenti di produzione e al credito agricolo.

Il piano è coraggioso, è un piano intenso, è un piano ardito.

Ma, quante sono le vittime, prima che si raggiunga questo importante risultato: 2015?

Certo, operazioni e interventi di urgenza sono previsti, sono prevedibili per ridurre la sofferenza e l’attesa.

La terribile realtà umana ci interpella, ci sospinge, ci deve costringere, con impegno pressante e capace, di non tralasciare nulla per intervenire tempestivamente.

Per questo, la giornata che viviamo ci offre una opportunità preziosa per riaffermare il valore della alleanza fra Organizzazioni delle Nazioni Unite, Governi, Organizzazioni non governative, Istituzioni della società civile per il perseguimento della sicurezza alimentare, conformemente alle raccomandazioni della Conferenza per la Lotta contro la Povertà Rurale, organizzata dall’IFAD, a Bruxelles, nel 1995.

Si impone una azione più coordinata, per una migliore utilizzazione delle disponibilità finanziarie, così come delle conoscenze scientifiche, delle capacità tecniche e amministrative che costituiscono un patrimonio del polo romano delle Nazioni Unite da valorizzare e consolidare.

Coordinare. Coordinare richiede umiltà nel lavorare insieme, richiede rinunzia a successi di parte. Coordinare vuol dire far prevalere, in ogni azione, il diritto di chi ha bisogno, vuol dire essere convinti che ciò che più conta è servire nel modo migliore la parte più emarginata dell’umanità.

Questo processo non è, certamente, né facile né lineare, ma occorre svilupparlo, con reciproco impegno, da parte dell’IFAD, così come della FAO e del PAM, per invertire i segnali di stanchezza registrati negli ultimi anni - i segnali di stanchezza! - registrati negli ultimi anni, anche presso i Paesi contributori e riprendere, con maggior entusiasmo e vigore, una lotta dal cui esito dipenderà, nei prossimi anni, la qualità della vita di centinaia di milioni di persone, lo sviluppo civile di numerosi Paesi, la nostra stessa sicurezza e la pace nel mondo.

Ho detto: segnali di stanchezza, ma è bene fermarsi qualche istante.

Dunque, Paesi contribuenti non sono adempienti o devono essere sollecitati più volte, devono essere pregati perché sentano il primario dovere della solidarietà!

Siamo a questo punto!

Quali mezzi possono essere messi in atto per risvegliare, per richiamare all’ordine, anche solo per sollecitare?

Ritengo che il tema meriti, veramente, un doveroso approfondimento: sono motivate queste assenze o queste reticenze nell’adempiere a un impegno? Non sono soddisfatti delle Organizzazioni e, se vi sono delle ragioni, quali sono? Vengono espresse?

O ciò che veniva fatto con entusiasmo all’inizio, con il passare del tempo è diventato arido adempimento di un dovere del quale ci si pente, forse, di averlo assunto, e sarebbe grave?

La solidarietà ha bisogno di una anima - ha bisogno di un’anima! - che ci creda, che superi ostacoli, che non perda di vista lo scopo del proprio impegno che è quello di alleggerire sofferenze, di portare aiuto a chi ne ha grave e urgente bisogno.

La solidarietà ha bisogno di avere un’anima!

Questo impegno il Governo italiano lo ha assolto, con un contributo di 29 milioni di dollari all’IFAD; di 33,6 milioni di dollari al Programma Speciale per l’Africa sub-sahariana; di 2 miliardi di lire nel periodo 1994-1997 ai progetti di sviluppo rurale e agricolo e nel settore dell’irrigazione.

Forse è poco.

Posso dire che l’Italia ha fatto, veramente, tutto quello che poteva. Se potrà fare di più, sarà onorata - onorata! - di fare di più; ringrazierà voi che le chiediate di più.

Ma, a fondamento di un problema cosi’ grave, soprattutto sul piano umano, che è sempre quello di maggiore rilievo - e Lei ha avuto la bontà di citare altre mie parole di anni addietro - occorre porre impostazioni culturali essenziali.

Anzitutto, la stessa concezione della persona umana, della sua dignità, dei suoi diritti.

L’impegno dell’uomo per l’uomo è alla base del concetto stesso di civiltà!

Quante volte, studiosi o politici, di fronte alla fame nel mondo, ai problemi della povertà, ai bisogni primari di intere popolazioni, hanno posto l’attenzione prima sull’eccesso di popolazione che non sullo scarso sfruttamento delle risorse agricole e, in particolare, sulla squilibrata, oggettivamente ingiusta distribuzione della ricchezza?

Poi, certo, il problema della natalità poco consapevole e poco responsabile.

O ci poniamo il dovere primario di affrontare questi temi di fondo o tutti gli interventi, i più ben strutturati e predisposti, si ridurranno a palliativi di efficacia temporanea.

Non ci deve scoraggiare l’ampiezza dei problemi - e non vi ha scoraggiato, in questi 20 anni! - e la non breve via da percorrere, per riuscire ad affrontarli sostanzialmente.

Qui sta la vera applicazione dei principi proclamati dalle Nazioni Unite nella Carta dei Diritti dell’Uomo, cinquant’anni fa.

L’articolo primo della Carta sottolinea, con un coraggio e una lungimiranza che ancor oggi destano ammirazione, che gli esseri umani - cito esattamente - devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza.

Signori, noi, oggi, parliamo tanto di solidarietà: è importante. Ma la fratellanza è qualche cosa di molto più profondo e intenso.

Fratellanza è comunione di sangue; è vincolo di parentela; è rapporto di natura assolutamente inscindibile!

Fratellanza!

Si tratta, dunque, di rivedere innanzitutto il nostro modo di ragionare e, quindi, di affrontare i grandi problemi.

Di qui, l’impostazione di solidarietà sostanziale, di qui quella sostanziale fraternità proclamata nel 1948.

In questo spirito, io concludo con l’auspicio che il processo di riforma e di rilancio dell’intero sistema delle Nazioni Unite possa facilitare e accelerare l’analogo processo che vede protagonisti le Istituzioni romane delle Nazioni Unite.

Concludo dicendo grazie a Lei, Presidente, grazie a tutti quelli che, in venti anni, hanno operato; grazie a coloro il cui nome non sarà mai scritto sulle prime pagine, ma è scritto tra i meriti dell’Umanità sofferente, che è una delle pagine che non si cancelleranno mai nella storia dell’uomo.

Grazie!

L’Italia è orgogliosa e considera un privilegio ospitarle, queste Organizzazioni. Ma è augurio dell’Italia, è augurio di tutti i popoli del mondo che questo polo possa incidere sulla realtà mondiale in misura sempre piu’ efficace, nella misura e con lo slancio che da esso si attendono le popolazioni bisognose di questa terra.

Se rileggerete con pazienza l’articolo 25 dei Diritti dell’Uomo delle Nazioni Unite, vi fermerete, ci fermeremo insieme, a un interrogativo: abbiamo risposto bene, secondo coscienza e secondo giustizia? Impegnamoci a farlo per gli anni prossimi in ogni modo.

E grazie, Signori, a ciascuno di loro!

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